Come scrivere l’incipit di un romanzo

Scrivere un buon incipit o addirittura un incipit memorabile è l’ambizione di ogni scrittore. Si tratta di una parte che richiede molta cura. Prima di darvi qualche opinione su come si scrive l’incipit di un romanzo, vorrei prendere in esame alcuni incipit famosi di romanzi tra i tanti appartenenti alla storia della letteratura.

Primo incipit:  “Sono nato nell’anno 1632, nella città di York, da una buona famiglia, che però non era di qui: mio padre era uno straniero di Brema, dapprima stabilitosi a Hull, dove aveva fatto fortuna in affari: poi s’era ritirato dal commercio venendo a vivere a York, siccome aveva sposato mia madre, una Robinson, di un’ottima famiglia del luogo; così mi chiamavo Robinson Kreutzner: ma per la corruzione di parole che avviene spesso in Inghilterra ora mi chiamano, ci chiamiamo, ci firmiamo, col cognome di Crusoe: come m’hanno sempre chiamato i compagni.” (Robinson Crusoe, 1719 di Daniel Defoe)

Secondo incipit: “Tra gli altri edifici pubblici di una certa cittadina che, per svariati motivi, sarà prudente astenersi dal nominare e alla quale non attribuirò alcun nome immaginario, ve n’è uno che si trova in quasi tutti i centri abitati, grandi o piccoli, vale a dire l’ospizio per i poveri; e in quest’ospizio nacque un giorno di un anno che non starò a precisare in quanto, almeno per il momento, la cosa non può rivestire la minima importanza per il lettore, quell’appartenente al genere umano il cui nome figura nell’intestazione del presente capitolo.” ( Le avventure di Oliver Twist, 1837 di Charles Dickens)

Terzo incipit: “L’avvocato Utterson era un uomo dall’espressione austera, che non si illuminava mai di un sorriso; freddo, parsimonioso e imbarazzato nel parlare; restio a manifestare sentimenti; magro, lungo, opaco e mesto, eppure in qualche modo amabile. Alle riunioni fra amici, e quando il vino era di suo gusto, qualcosa di sinceramente umano si irradiava dal suo sguardo; qualcosa a dire il vero che non riusciva mai a tradursi in parole, ma che si comunicava non solo grazie a quei muti simboli del volto del dopo pranzo, bensì, più spesso ancora e più vivacemente, attraverso le azioni della sua vita.” (Lo strano caso di dottor Jekyll e Mr. Hide, 1886 Robert Louis Stevenson)

Vediamo di dire qualcosa a proposito di questi incipit.
Nel primo, Robinson Crusoe, è il protagonista della storia a cominciare, prendendosi tutta la scena. In termini di effetti, sembra volerci far sentire tutta la verità di una rievocazione personale e autobiografica.
Nel secondo, Le avventure di Oliver Twist il protagonista ci viene presentato dall’autore, con una serie di divertenti perifrasi che ci portano all’interno della storia con significante ironia.
Nel terzo, Lo strano caso del Dottor Jekyll e di Mr. Hide lo scrittore ci propone il ritratto asciutto dell’avvocato Utterson, un uomo freddo ma a suo modo gentile. Si propone un personaggio che nel finale sarà il punto di vista sulla storia.

Dal punto di vista tecnico, per scrivere un buon incipit è necessario avere prima risposto ad alcune domande: chi racconta la storia? Come introduco il protagonista? A che punto mi trovo della narrazione? Bisogna  cioè fare alcune scelte di retorica (forma del discorso) e altre più narrative, e allo stesso tempo creare una premessa che incuriosisca il lettore.

Quali sono le scelte narrative che l’autore compie, anche senza esserne consapevole?
1. Sceglie il tipo di narratore (intradiegetico o extradiegetico) e un punto di vista;
2. Sceglie come e se introdurre il protagonista;
3. Sceglie il contesto, con un’atmosfera o un’azione.
4. Crea un effetto narrativo.

Fra questi incipit famosi, il più curioso  mi sembra quello di Stevenson. Egli fa una scelta extradiegetica, cioè sceglie un narratore esterno alla storia. La cosa interessante, però, è che Lo strano caso del dott. Jekille e di Mr. Hide inizia non con il suo protagnista bensì con la descrizione, pacata ma al tempo stesso inquietante, dell’avvocato Utterson. Questo personaggio sarà decisivo nella storia; il lettore apprenderà attraverso il suo punto le conclusioni della vicenda.

In Oliver Twist il narratore è esterno (extradiegetico) e l’ars retorica, fin dal principio, si rivela sottile. L’introduzione del protagonista è tutt’altro che trionfale. Le prime righe paiono dirci: è una storia come tante, al punto che si può omettere dove si sia svolta; il protagonista potrebbe essere uno dei tanti orfanelli ricoverati una delle tante case di cura di preferiamo non citare il nome. Qui il cominciare è scandito da un’ironia che ci promette una forma di conoscenza più alta della semplice verità accaduta in un certo luogo e in un certo tempo.

In Robinson Crusoe veniamo introdotti in un racconto familiare che si manifesta subito come un’autobiografia credibile, dove il protagonista elenca una serie di fatti che situano molto bene il racconto in un contesto.

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