Scrivere un Romanzo: gli ingredienti estetica, cuore, e ragione

Sapete che scrivere un Romanzo è una faccenda filosofica, molto più di quanto appaia a prima vista? E che estetica, cuore e ragione ne sono tre ingredienti fondamentali? Cercherò di convincervi di quest’aspetto, dedicando all’argomento un articolo.

Ci sarebbe molto da dire su quale sia il momento giusto per scrivere un Romanzo, su come scegliere di affrontare quella che a tutti gli effetti è una lunga sfida. Il lavoro preparatorio nello scrivere è importante, e lo è anche la virtù della pazienza. C’è chi trova che sia necessario documentarsi, altri considerano essenziale trovare un po’ d’ispirazione – qualunque cosa sia, quest’ultima, ha a che fare con il sudore, e la capacità di mettersi a scrivere davvero, perché i libri non si sono mai fatti da soli.

Che il Romanzo sia una faccenda filosofica (e un po’ anche psicoanalitica) lo si può capire non solo dalle difficoltà che incontriamo, ma dalle domande da cui siamo assaliti mentre lavoriamo al soggetto: cosa sto facendo? Perché scrivo? In fondo, non è un po’ folle tutto ciò? E soprattutto, so che cos’è un Romanzo?

Rispondere bene a quest’ultima domanda – ovvero dare a sé stessi una definizione di Romanzo – ci può aiutare molto a circoscrivere i confini della sfida, ma non elimina le inquietudini che ci portiamo appresso. Il Romanzo è un mezzo espressivo tipico della società moderna; da quando nel Novecento si è affermato il cinema – che è stata un po’ la nuova letteratura, e ha perfezionato il ruolo dell’immagine nel raccontare le storie – questo mezzo si è piegato, in molti casi, a recitare un ruolo ancillare alle sceneggiature da film. Proprio per una difficoltà a definirlo, forse, il Romanzo è diventato niente più che fiction, bella o brutta che sia. E da qui in poi, via con le formulette americane che assicurano il successo, perché l’importante è non annoiare il lettore – attraverso il show don’t tell che resta, pur sempre, una bellissima lezione –  e farlo sentire partecipe di una vicenda. Poi, se il senso di quello che abbiamo raccontato è sfuggito anche a noi, pazienza, nessuno ce ne farà una colpa: oggi, da parte di tutti, quello che conta è non andare oltre la superficie.

Il Romanzo è una faccenda estetica, dicevamo. Ci sono due parole greche che ci possono aiutare a esprimere bene il concetto: una è karakaonos (όμορφη) e l’altra è armonia (αρμονία).

Gli antichi greci, utilizzavano karakaonos con il significato di bello e buono. Se qualcosa ci piace – e cosa sia la bellezza, è indefinito – questa cosa è bella e buona. Il rapporto dei greci, era soprattutto con la fisicità, non con il trascendente; perciò karakaonos esprime il nostro rapporto con il mondo dei sensi: vuol dire toccare, vedere, sentire, e questo può essere bello e buono. Non si sta mettendo in scena niente di dionisiaco, semmai si tratta di una celebrazione del percepito. Il Romanzo, nessuno lo può negare, è una faccenda estetica, anche e soprattutto perché è una fantastica avventura sensoriale dell’immaginazione. E ovviamente, vi si dispiega molto del talento di uno scrittore. Un bravo e famoso scrittore di avventura come Wilbur Smith, è bravissimo a trasportarci nel suo mondo, fatto di deserti inimmaginabili; Stephen King non è da meno, nel costruire situazioni e sensazioni psicologiche; faccio due nomi, ma l’elenco degli autori potrebbe essere lungo quanto la tradizione del Romanzo, e iniziare da Robinson Crusoe, o da Don Chisciotte.

Nell’estetica di un Romanzo, anche l’armonia (αρμονία) gioca il suo ruolo. Noi siamo abituati a considerare l’armonia in termini occidentali, ovvero come un gioco di proporzioni, la riduciamo cioè alla fisicità. Ma la radice greca di questa parola vuol dire esprimere l’illimitato all’interno del limitato, andare oltre. E questo ci porta a considerare che nel Romanzo, si gioca anche la volontà dell’Autore e la sua capacità di rappresentare il mondo (le sue regole, ma anche l’infinito) e far veder oltre il senso più ovvio delle cose.

Gli scrittori del passato – spesso più colti di noi e dotati di ars retorica – possedevano e utilizzavano meglio di noi questi concetti. Ci possiamo aiutare con degli esempi non letterari, che mostrano il ruolo dell’artista nella sua universalità (cosa anch’essa più diffusa nell’antichità che oggi, dove la specializzazione ha creato discipline a sé stanti).

Prendete per esempio Leonardo da Vinci, quando nel 1494 su richiesta di Ludovico il moro realizza, nella chiesa domenicana di Santa Maria delle Grazie, l’ultima Cena. In quell’opera i problemi estetici dell’artista, sono risolti e superati con la creazione di un capolavoro. L’ultima cena di Leonardo, crea una sintesi perfetta di karakaonos (bello e buono) e di armonia (esprimere l’illimitato nel limitato, andare oltre) – ovviamente, lo fa con i limiti di un dipinto. Il bello e il buono (karakaonos) sono rappresentati attraverso i corpi e i colori, con Gesù al centro della scena e gli apostoli disposti nel tavolo intorno a lui. Le mani di ciascuno esprimono una direzione e una volontà, che controbilancia la staticità del disegno. Il karakaonos è poter immaginare di vedere l’ultima Cena. L’armonia (αρμονία) è espressa come proporzione di forme – Gesù è in mezzo alla scena, la sua figura sta dentro un’immaginaria piramide, fulcro delle linee prospettiche –  ma l’armonia è resa anche come infinito. Per rendere l’infinito, Leonardo usa un “trucco”: la parte di destra dell’opera è più illuminata dell’altra, come se essa potesse ricevere la luce dalla finestra posta nel muro a sinistra della stanza in cui il quadro si trova. Inoltre,  attraverso le linee della prospettiva il quadro realizza una fuga oltre, alle spalle di Gesù e dei personaggi dell’ultima Cena. L’obiettivo complessivo era di far sembrare  allo spettatore di contemplare un dipinto che fosse l’ideale prolungamento della sala in cui si trovava.

Un altro esempio è la poesia di Leopardi:  “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?” – (Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).  Questa invocazione, dal punto di vista razionale, non ha nessun valore. È ovvio che la luna è un astro e non può rispondere. Eppure, il verso è bellissimo, e capiamo che vuole dirci qualcosa di più, andare oltre, e ha perciò la sua armonia.

Che un Romanzo sia fatto anche di cuore e ragione, è più intuitivo ed è alla portata di tutti. Come ogni opera d’arte, il Romanzo è fatto di sentimenti; penso che nel nostro tempo, canzoni e film ci insegnano bene tutto ciò e in una maniera così diretta, che finiscono per fare da esempi e linee guida, anche quando si scrive. Non si può chiedere a nessuno di leggere un Romanzo, se non ci abbiamo messo il cuore nello scriverlo; e forse, non si può chiedere di leggerlo se il cuore non si è confrontato a lungo con la ragione. Il gioco tra le due parti è complesso, ogni autore risolve questo confronto come preferisce, l’importante è che anche questi due ingredienti siano stati spesi nella scrittura.

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