Caratterizzare il personaggio di un Romanzo

Tempo fa vi abbiamo scritto come si crea un personaggio. L’articolo prendeva in considerazione i personaggi e la loro funzione narrativa: il personaggio punto di vista, il personaggio come psicologia e relazione, il personaggio funzione, e il personaggio maschera. Nel momento in cui creiamo un personaggio, dobbiamo avere consapevolezza della sua funzione all’interno della storia.

Uno scrittore deve lavorare molto anche sulla caratterizzazione del personaggio. Le caratteristiche di un personaggio comprendono: luogo e data di nascita, aspetto fisico, situazione sociale, vissuto, linguaggio e psicologia. Sta a noi scegliere il livello di dettaglio che vogliamo raggiungere nel ritrarre un personaggio. Non siamo obbligati a far conoscere al lettore aspetti per lui poco importanti – riferire la data di nascita del personaggio potrebbe essere infodumping o eccesso informativo; ma può essere importante per noi sapere se un dato personaggio è nato prima o dopo l’inizio del Novecento: per esempio se stiamo scrivendo un romanzo storico, e ci muoviamo all’interno di un’epoca ben precisa.

Balzac – la sua commedia umana consta di non meno di 2500 personaggi – è stato il primo a scrivere che il romanzo deve fare concorrenza allo stato civile, ciò anche perché il realismo aveva necessità descrittive notevoli, dal punto di vista del tipo umano.  Il romanzo e il personaggio sono intimamente legati; il primo romanzo europeo è stato il Don Chisciotte di Cervantes, che in fondo altro non è altro che la biografia romanzata di un personaggio. Del personaggio-protagonista della vicenda, l’Autore mette in evidenza soprattutto la percezione erronea della realtà, con un evidente effetto comico, ma non mancano per il lettore, fin dall’inizio del Romanzo, informazioni dettagliate per immaginarselo:

Viveva, non ha molto, in una terra della Mancia, che non voglio ricordare come si chiami, un idalgo di quelli che tengono lance nella rastrelliera, targhe antiche, magro ronzino e cane da caccia. Egli consumava tre quarte parti della sua rendita per mangiare piuttosto bue che castrato, carne con salsa il più delle sere, il sabato minuzzoli di pecore mal capitate, lenti il venerdì, colla giunta di qualche piccioncino nelle domeniche. Consumava il resto per ornarsi nei giorni di festa con un saio di scelto panno di lana, calzoni di velluto e pantofole pur di velluto; e nel rimanente della settimana faceva il grazioso portando un vestito di rascia della più fina. (…) Toccava l’età di cinquant’anni; forte di complessione, adusto, asciutto di viso; alzavasi di buon mattino, ed era amico della caccia. Vogliono alcuni che portasse il soprannome di Chisciada o Chesada, nel che discordano gli autori che trattarono delle sue imprese; ma per verisimili congetture si può presupporre che fosse denominato Chisciana; il che poco torna al nostro proposito; e basta soltanto che nella relazione delle sue gesta non ci scostiamo un punto dal vero. (Don Chisciotte della Mancia, Miguel de Cervantes 1605)

L’Autore ha un’abilità notevole nel descriverci il suo personaggio che, si direbbe, conosce molto bene. È interessante notare come le caratteristiche di Don Chisciotte siano poste in disordine; apprendiamo le abitudini alimentari, lo stato sociale del nostro protagonista prima ancora di conoscerne età, nome e aspetto fisico.  L’effetto è quello di incuriosirci, ma non solo;  già dall’attacco siamo trasportati nel caotico mondo di Don Chisciotte.

Uno scrittore dotatissimo nella caratterizzazione dei suoi personaggi è Charles Dickens. Dickens lavora su vari livelli, formali, estetici e psicologici: i suoi personaggi sono ricchi di chiaroscuri; spesso la descrizione di un personaggio è deformata dal fatto che a riferirceli è un punto di vista come quello di Dickens, palesemente attento a cogliere aspetti umani e morali degli individui ritratti, oltre che il tipo umano che essi rappresentano:

Il signor Swiveller ubbidì e guardandosi attorno con un sorriso propiziatorio, dichiarò che la settimana precedente era stata “buona per le anitre”, mentre questa era buona per la polvere. Osservò pure che, mente se ne stava presso il lampione all’angolo della via, aveva visto uscire dalla tabaccheria un porco con una paglia in bocca, e da questa apparizione prevedeva che si stesse avvicinando un’altra settimana “buona per le anitre”, e che certo sarebbe venuta la pioggia. Inoltre, colse l’occasione per scusarsi di qualsiasi trascuratezza che si potesse notare nel suo abbigliamento, poiché la notte precedente “la luce del sole gli aveva battuto forte negli occhi”. Con questa espressione intendeva informare gli ascoltatori, con la massima delicatezza possibile, che era ubriaco fradicio. (La bottega dell’antiquario 1840, Charles Dickens).

È interessante notare che il signor Swiveller viene da Dickens fatto agire ancora prima di essere descritto; attraverso la sottile oratoria dello scrittore e le parole dette, del personaggio apprendiamo un vizio particolare. Quello di Dickens è un viaggio alle ragioni stesse del romanzo-commedia, in cui i difetti sono utili per comunicare una sorta di dicotomia di fondo: ciò che l’uomo crede di essere, e ciò che invece è per gli altri, nella realtà.  Dopo le parole Dickens descrive, in maniera realistica, il suo personaggio:

Da quanto era già accaduto, non era forse molto irragionevole supporre che Swiveller non fosse completamente rimesso dagli effetti della potente luce del sole, di cui aveva fatto cenno. Ma anche se il suo discorso non avesse destato tale sospetto, i capelli irti, gli occhi smorti e il viso giallognolo sarebbero stati testimoni convincenti contro di lui. Il suo abbigliamento, come aveva accennato egli stesso, non si distingueva per la cura più minuziosa, ma era in uno stato di disordine tale da far pensare che fosse andato a letto vestito. Consisteva in una giacca marrone con molti bottoni di metallo davanti e uno solo dietro; una cravatta chiara a scacchi; un panciotto a quadri; calzoni bianchi sporchi e un cappello molto ammaccato, messo a rovescio per nascondere un buco nella tesa. La giacca era ornata sul petto da un taschino esterno, dal quale spuntava l’estremità più pulita di un fazzoletto molto grande e molto malconcio; i paramani sporchi erano tirati giù il più possibile e ripiegati con ostentazione sui polsi. Non sfoggiava guanti e portava un bastone giallo, dal pomo d’osso, che raffigurava una mano con un anello nel mignolo e una palla stretta in pugno. Con tutte queste attrattive personali (a cui si può aggiungere un forte odore di tabacco e un’apparenza di sudiciume generale) Swiveller si sdraiò nella sedia con gli occhi fissi sul soffitto, ed elevando di tanto in tano la voce sino al tono necessario, intratteneva la compagnia con alcune battute di un’aria profondamente triste e poi, nel bel mezzo di una nota, ricadeva nel silenzio di prima. (La bottega dell’antiquario 1840, Charles Dickens).

Da questa descrizione emergono una cura e un dettaglio davvero notevoli. Ci viene descritto tutto del personaggio in questione, tutto quel si può vedere, perfino il suo odore – a cui si può aggiungere un forte odore di tabacco e un’apparenza di sudiciume generale – e ciò è utile a farcelo immaginare.

Per gli scrittori con poca esperienza, anche il cinema può fornire ottimi esempi circa la caratterizzazione del personaggio. Questi modelli ci indicano quanta acuta osservazione della realtà occorre per riuscire a cogliere o inventare con efficacia un personaggio. Citiamo un film minore della commedia all’italiana, si chiama Trastevere (1970), che brilla proprio per essere una vasta galleria di personaggi, dall’umanità molto varia: artisti in decadenza, piccoli borghesi annoiati, una matrona organizzatrice di eventi religiosi, miserabili e ladruncoli, ragazzi stranieri in viaggio, nobili decaduti, ecc.

Tra i personaggi più interessanti c’è Ettore Formigli, interpretato da Vittorio De Sica. Un baritono in pensione che ha viaggiato il mondo, vistosamente retrò nella parlata – si esprime con termini che sembrano rubati a una rappresentazione teatrale – vestito in maniera elegante ma anch’essa dissonante, con un ampio fazzolettone verde a mo’ di cravatta, e i capelli grigi un po’ tirati all’indietro. Nell’incipit del film, lo vediamo impegnato in una vivace discussione con il commissario, al quale chiede di ritrovargli Mao, la sua piccola cagnetta, un  bulldog francese. Non meno interessante, nella stessa commedia è l’interpretazione di Nino Manfredi. Impersona un brigadiere emigrato dal Sud, con un forte accento pugliese e un’enorme massa di capelli ricci, e l’aspetto molto trasandato. L’uomo ha contratto, a suo dire, il vizio della droga in servizio, e così, si è messo a fare il pittore e ha abbandonato la professione; è particolarmente efficace e surreale nel descrivere malinconie e debolezze dell’uomo meridionale scappato dal Sud, in cerca di fortuna.

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