Lezioni di stile: il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe

Se volete scoprire cosa sono la tensione narrativa o la suspense in un’opera letteraria, potreste cominciare – se non ne avete già fatto esperienza – da un racconto di Poe. I suoi racconti, raggruppati in varie categorie – del terrore, del grottesco, polizieschi – sono ritenuti dei classici e danno un grande godimento al lettore; non solo, sono in grado di fornire numerosi spunti su quali tecniche debba utilizzare uno scrittore per rendere efficaci e memorabili le sue narrazioni.

Su Edgar Allan Poe è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Considerato un poeta e non solo uno scrittore, morì giovane in seguito all’abuso di alcol e i suoi incubi da delirium tremens furono tutt’uno con la lucida follia che pervade i suoi racconti. Nel momento in cui ci si inoltra in una qualunque delle pagine di Poe si notano immediatamente quali sono le qualità del grande scrittore: una capacità affabulatoria notevolissima, da difficilis simplicitas, che a noi sembra assolutamente spontanea e naturale, ma in realtà è il risultato di una sopraffine ars retorica, ovvero la capacità di dare al discorso una forma particolarmente elaborata ed esatta.

Poe scrisse prevalentemente per riviste di consumo   – a puntate, e con questa modalità pubblicò anche il suo unico romanzo, Le avventure di Gordon Pym – e perciò come scrittore era interessato a risolvere un problema pratico: come catturare da subito il lettore e trascinarlo dentro un’esperienza narrativa totale, coinvolgente e memorabile. Da questo punto di vista, Poe sosteneva la superiorità del racconto rispetto al romanzo, in quanto secondo lui il racconto, potendosi leggere in un’unica seduta, è in grado di garantire quell’unità dell’impressione che va invece perduta nel Romanzo.

Il pozzo e il pendolo è uno dei racconti più celebri di Edgar Allan Poe. Fin dall’incipit capiamo la stoffa dello scrittore e si siamo catapultati in un mondo assurdo ma assolutamente verosimile:

Ero affranto, stremato di angoscia mortale per quella lunga agonia; e quando finalmente mi sciolsero e potei sedermi, sentivo che perdevo i sensi. La sentenza – la terribile sentenza di morte – fu l’ultimo degli accenti distinti che giunse alle mie orecchie. Dopo, il suono delle voci degli inquisitori parve perdersi uno ronzio indefinito di sogno. Quel suono destava in me l’idea di una rotazione, probabilmente perché nell’immaginazione di associava al ritmo di una macina da mulino. Ma tutto questo non durò che poco; ben presto non lo udii più. Tuttavia, per qualche tempo ancora vidi ma con quale terribile esagerazione!… Vidi le labbra dei giudici vestiti di nero. Mi parevano bianche, più bianche del foglio sul quale ora traccio queste parole; e sottili, sottili fino al grottesco, sottili per l’intensità della loro espressione di durezza, di risoluzione irrevocabile, di severo disprezzo del dolore umano. E vidi uscir da quelle labbra i decreti di quello che per me rappresentava il destino.  Le vidi torcersi in una allocuzione mortale. Le vidi formare le sillabe del mio nome, e rabbrividii non udendo il suono seguire il movimento.

La prima cosa che notiamo in questo incipit è la capacità dello scrittore di calarsi nel personaggio, creando da subito quell’atmosfera delirante ma assolutamente realistica che citavo poc’anzi; il lettore si trova immediatamente non a compatire ma a vivere, proprio dal punto di vista del personaggio, la storia. L’incipit è in grado inoltre di rendere subito un’atmosfera ben precisa, un’impressione, per dirla alla Poe: data dal depositarsi leggero, una sull’altra, delle sensazioni vissute dal personaggio, e che ci vengono descritte con abbondanza di dettagli e di sfumature. Notiamo accostamenti assurdi, dove la realtà non è afferrabile con esattezza e appare deformata nei suoi tratti base, come vedere e sentire: il suono della voce degli inquisitori che dà al personaggio un idea di rotazione, la quale nella sua mente assomiglia alla macina di un mulino;  le labbra degli inquisitori bianche e sottili, altra espressione stridente per come viene associata a un’idea di giudizio, di labbra che però non emettono suono (qui l’effetto sembra capovolgere la situazione tipica degli incubi nei quali si prova l’angoscia di voler parlare, e non riuscire a emettere suono).

A tutto questo repertorio percettivo deformato, in grado d’impressionare il lettore attraverso sensazioni primitive, Poe somma la lucida razionalità del poeta e dello scrittore. L’intreccio e la suspense sono creati già nell’incipit, in quanto apprendiamo che si stanno raccontando le vicende di un condannato, e sappiamo che in qualche modo che quest’individuo è in grado di raccontarci in un tempo successivo quello che ha vissuto; cosa che ci invita da subito a volerne sapere di più, senza che siamo informati sull’esito della vicenda. Non mancano poi nel proseguo del racconto, dei riferimenti storici “verosimili”, che c’informano che queste memorie sono la descrizione delle torture vissute dal protagnosta nel braccio secolare dell’inquisizione, a Toledo.
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3 pensieri su “Lezioni di stile: il pozzo e il pendolo di Edgar Allan Poe

  1. Stavolta ho fatto come S.Tommaso!
    Prima di pronunciarmi, ho letto il racconto di Poe. Che dire?
    Non ci sono né sema che tengano, ci si può solo inchinare e sperare di imparare da questo scrittore.

    Piace a 1 persona

    1. Caro Enzo, grazie per il tuo prezioso commento! Ottima scelta 🙂 condivido, i racconti di Poe si fanno anche ri-leggere. A presto

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