La tridimensionalità del personaggio

C’è una bella frase di Ernest Hemingway che consiglia di creare persone e non personaggi, in una storia. I personaggi, puntualizza, sono solo delle caricature. Mi sembra un’affermazione fulminea e geniale. Del resto, che sia letteratura alla Hemingway o cinema secondo Bergman, è facile rendersi conto di come i personaggi-attori, in una narrazione, non siano mai semplici “figurine” ma abbiano bisogno di profondità; la misura di questa profondità e i rilievi di cui c’è bisogno per creare un personaggio deve essere l’Autore-scrittore a trovarla.

Era Manzoni a dire che al risveglio temeva di non incontrare più i suoi personaggi? Quest’affermazione dovrebbe far capire quanto siano psicologicamente e visivamente inafferrabili i personaggi di una storia, che emergono sempre dalle nebbie dell’indistinto. Lo scrittore si aprezza – si giudica è una parola che non amo – anche dalla capacità con cui dimostra di possedere i propri personaggi, di gestirne anche gli aspetti minimali legati al comportamento, alle reazioni, alla propria evoluzione interiore o esteriore nel corso di una storia. Il rapporto tra lo scrittore e i propri personaggi, insomma, non può mai essere banale. Definire un personaggio attraverso una scheda può essere un buon metodo per iniziare, ma non esaurisce il compito. Certo, se scrivo la scheda del personaggio in qualche modo ne ho determinato dei caratteri di base e questo è fondamentale: alto o basso, bello o brutto, ricco o povero, dalla parlata elegante o volgare, socievole o solitario, sono indizi fondamentali per partire. Ma la tridimensionalità del personaggio è data dal sapere mettere in atto gli aspetti di recitazione più sottili e psicologici di una certa maschera.

Di solito i consigli che uno scrittore può trovare da parte della letteratura dedicata all’argomento tendono a confonderlo, più che a chiarirgli le idee: il personaggio va dotato di tic, caratteristiche originali, conflitti personalissimi. Tutto vero, naturalmente, ma anche tutto tremendamente falso, e in linea con i nostri tempi verrebbe da dire. Allora in cosa consiste la profondità di cui abbiamo parlato?

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Buona parte della credibilità del personaggio si gioca sulla capacità di tarsformarlo da figura astratta in qualcosa di molto simile a una persona.  Per esempio, facciamo un piccolo gioco e creaimo un personaggio: mettiamogli un cappello, una sciarpa rossa intorno al collo e degli occhiali.  È un signore di una certa età, ha un portamento elegante e discreto. Una chioma di capelli sul grigio, leggermente mossi, ne incornicia il capo ed è parzialmente nascosta dal cappello. Pensate che lo abbia definito abbastanza? Direi di no. Le caratteristiche di cui l’ho dotato potrebbero appartenere altri cento, mille individui come lui; dei quali potrebbe essere più volgare o più sensibile, più intelligente o stupido, non lo sappiamo.  Quindi non ho ancora una scheda del personaggio o una personalità. La verità è che non ne so ancora abbastanza. Al ristorante questo signore è elegante o maleducato? Chiama il cameriere a voce alta facendosi notare da tutti, o aspetta pazientemente il suo turno consultando il menù con aria annoiata e grattandosi la testa? Da chi è accompagnato? È da solo o ha vicino una bella donna? Il ristorante è da ricchi o si trova in una bettola? Ne so così poco del mio personaggio, che non so ancora come farlo comportare.

Un bravo scrittore a questo punto continua a farsi domande: che lavoro fa il mio personaggio? È un artista? Un imprenditore? Un intellettuale?  Cerco di essere originale e mi dico: fa un mestiere particolare,  diciamo pure che è queste tre cose insieme. È principalmente un artista, forse anche un intellettuale; forse è anche un tipo di impresario, ma in realtà delega l’ultimo compito ad altri. È la parte del suo lavoro-arte che gli interessa di meno. Continuo a immaginare caratteristiche del mio personaggio e prendo appunti con precisa fretta: è uno che scrive i sogni che fa, ama girare in macchina di notte, magari con qualche amico. E’ capace di interessare gli altri con ragionamenti che hanno l’aria di essere sempre un po’ ipnotici ma appaiono anche seducenti e sinceri. Per scherzo, agli inizi della carriera gli amici gli regalorono un Oscar di legno. Dalle nebbie della giovinezza emerge che il signore in questione ha iniziato facendo il disegnatore per un giornale, in cui teneva delle piccole rubriche umoristiche.

Non so se ho definito il mio personaggio ma comincio a caprine qualcosa di più e comincia anche a starmi anche più simpatico. Ho  trovato  un mestiere d’artista che gli si addice. Non è un lavoro, anche se lo sembra, e riunisce bene le caratteristiche di artista, impresario e intellettuale: fa il regista cinematografico. Cos’altro potrei inventarmi su di lui? Poco, visto che il personaggio in questione si chiama Federico Fellini. Alcuni dettagli e informazioni inseriti sul suo conto in questo piccolo  identikit-gioco sono presi dal documentario Che strano chiamarsi Federico di Ettore Scola realizzato nell’occasionale del ventennale della morte del grande regista.

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8 pensieri su “La tridimensionalità del personaggio

  1. Bel articolo, personalmente la scheda personaggio la uso a grandi linee. Il personaggio lo visualizzo in una scena reale la descrizione fisica ad esempio la rivelo in una scena tipo:… Uno sguardo fugace allo specchio le rivelò che i suoi lunghi capelli ramati erano più lucenti e setosi, e la sua pelle, di solito pallida e spenta, era di un rosa acceso. Si soffermo` compiaciuta del suo riflesso e lo ricambio con smorfie e linguacce.
    Vi seguo sempre grazie

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