Il tempo del discorso

Quando uno scrittore scrive un racconto oppure un Romanzo, mette in scena una serie di fatti. Sappiamo che non racconta tutto, ma le situazioni importanti per lo sviluppo della vicenda e per il coinvolgimento del lettore. La scelta dei fatti corrisponde nel cinema al découpage o allo storyboard, vale a dire alla selezione che crea una sintesi ideale della narrazione.

Non va in maniera molto diversa da un fumetto, insomma.  Se il nostro scrittore ha una discreta conoscenza delle tecniche narrative deciderà anche quale linea temporale seguire nella resa della storia. Potrebbe trovare agevole iniziare come nelle fiabe, con la frase “C’era una volta”, e partire dal principio arrivando fino alla conclusione. Questo procedimento è detto fabula. Nella grande narrativa legata ad alcuni generi – il Gothic novel, per esempio – si punta molto sulla grandiosità di fatti raccontati e si segue l’ordine cronologico in cui essi accadono. Questo comporta che la suspense – il nascondere degli eventi al lettore – non nasce dall’inversione cronologica del racconto, ma dal fatto che nella narrazione si seguono diversi filoni narrativi e che essi creano un effetto sospeso; pensiamo per esempio al Signore degli Anelli, che in un certo modo non è soltanto la storia di Frodo Beggins, ma di tutti coloro che partecipano all’avventura epica dell’anello.

In alcuni tipi di storie – gialli e noir – la vicenda comincia a fatti già avvenuti e abbiamo un intreccio da dipanare. Per esempio, un delitto, oppure una rapina, o altri atti su cui qualcuno poi speculerà in maniera poliziesca.

L’intreccio è fondamentale nel cinema, dove sarebbe banale rendere le storie con la semplice fabula, anche quando non siamo all’interno di un genere specifico.  Per esempio, in Matrimonio all’italiana, la storia inizia con Filumena Marturano che si trova sul suo letto molto malata, e Domenico Soriano, legato a lei da una relazione più che ventennale che si reca a trovarla. A quel punto, tutta la vicenda si snoda in una serie di poetici flashback che hanno il compito di raccontare la relazione tra i due.

Veniamo a dire che cos’è il tempo del discorso. Anch’esso è un tempo narrativo – come il flashback e il flasforward – e viene chiamato anche la distanza del lettore dal racconto. È quanto tempo in termini di battute o frasi, in sostanza pagine dedichiamo a riferire di una certa situazione. Nei dialoghi per esempio, notoriamente la distanza narrativa è minima, ovvero i dialoghi mimano la realtà: il tempo scorre allo stesso modo nel libro e nella realtà (stiamo semplificando). Un Autore può decidere di dedicare a una certa situazione di una sola ora – un viaggio in treno del protagonista, per esempio – diverse pagine e poi raccontare in poche righe alcuni anni.  Come si può immaginare, il tempo del discorso può essere gestito con libertà dall’Autore, per la creazione di non pochi effetti letterari. Il più ovvio è evidenziare alcune situazioni a discapito di altre.

È importante stabilire o cercare di capire in anticipo qual è il tempo del discorso della storia che mi accingo a raccontare. Una certa armonia strutturale è necessaria. Dedicherò un eguale tempo del discorso a tutti i fatti, oppure tenderò a rallentare nelle situazioni che sono più incisive? E quelle che mi paiono poco importanti, e non servono alla storia come mi andrà di trattarle?

Anche i film hanno un tempo del discorso, che talvolta raggiunge sintesi  spettacolari. In Odissea 2001 nello spazio Kubrick fa lanciare per aria un osso-utensile a uno dei primi ominidi sperduti in un altopiano della preistoria. Quell’utensile vola per aria, e con un magico gioco di prestigio, si unisce alla scena successiva dove un’astronave futurista vaga nello spazio cosmico. In quei due fotogrammi, il tempo del discorso riassume una parte immensa della storia dell’umanità.

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