La differenza tra piacere e pathos

Cari scrittori, Natale si avvicina e le feste sembrano un momento perfetto per pensare ai libri: non solo quelli che si vorrebbero scrivere, ma anche quelli che si vorrebbero leggere, e consigliare attraverso i regali. C’è una bellissima introduzione al romanzo  Se una notte d’inverno un viaggiatore  di Italo Calvino che è un omaggio ai lettori e ai libri, vissuti come pezzi di vita e non solo in quanto oggetti. Libri che ti guardano dalle biblioteche e si suddividono in libri che dovresti leggere, libri che vorresti consigliare di leggere, libri che leggeresti se avessi più vite, libri già letti ancor prima d’essere scritti, ecc.

A tutti l’augurio di saper consigliare il libro giusto, questo Natale, oltre che di passarlo in serenità con le proprie famiglie e la versione migliore di sé stessi.

Per quanto riguarda piacere e pathos sono due concetti che possono risultare utili, per classificare tanto i libri che si scrivono quanto quelli che si leggono. Il pathos è un’idea estetica che viene dalla tragedia e si basa su una piena partecipazione del lettore alle vicende dei personaggi, e si contrappone all’ethos, proprio della commedia. Con quest’ultimo termine si intende la capacità della commedia di rendere gli individui attraverso il proprio carattere, che in qualche modo è la capacità di rendere un popolo attraverso vizi e virtù. Pathos ed ethos, insieme con il logos, vengono anche indicati come strumenti di persuasione, nella retorica di Aristotele.  Potremmo dire che pathos, ethos, logos sono ottime modalità espressive per raccontare e quindi costruire storie in cui ci sia spazio per i sentimenti, i tormenti e la felicità, e il fine lavoro intellettuale.

Mi limito a semplificare un discorso che potrebbe diventare complesso e scelgo un raffronto tra pathos e piacere, nella narrativa. Si tratta di un ragionamento che può tornare utile a tutti gli scrittori, soprattutto a quelli che vogliono arricchire la propria tavolozza di colori intermedi, buoni per alleggerire le tinte più decise. Per intenderci, uno scrittore di thriller, o di gialli, può essere portato a ragionare estremizzando le soluzioni che il genere gli propone . Rischierà di pensare solo in termini di suspence … situazioni e fatti che mireranno a produrre un certo effetto.

La verità è che quando si scrive occorre progettare un’esperienza per il lettore che sia ampia a livello emotivo e in cui il lettore possa cum-patire  (patire con), condividere le esperienze dei personaggi;  ma allo stesso tempo possa vivere esperienze gratificanti che ricadano nel “piacere”: tutto quello che nella vita ci permette di stare bene e di avere una cultura positiva del nostro tempo, in cui non dobbiamo assolvere solo a doveri e raggiungere mete, ma anche concederci soddisfazioni e momenti di leggerezza, come sono le vacanze, per esempio.

Di recente ho visto una serie tv che ha riscosso parecchio successo, La Casa di carta.  In questa storia (di 3 stagioni) pathos e piacere si sviluppano sul piano narrativo producendo un equilibrio riuscitissimo e insperato, rispetto alle possibilità della trama. Si racconta di una rapina alla zecca di stato spagnola, in cui i rapinatori si chiudono all’interno della struttura per parecchi giorni. Sembrerebbe che la trama così ideata abbia poche chance si sfuggire alle necessità della suspence. Eppure, attraverso un uso magistrale del flashback veniamo condotti in un tempo narrativo doppio o triplo, dove c’è parecchio spazio per il piacere: i momenti di libertà vissuti dai rapinatori prima della rapina, la meticolosa organizzazione del colpo, il vissuto di ciascun personaggio, che emerge al momento giusto e si integra benissimo con il procedere incalzante del thriller-game.

Voi come dosate piacere e pathos, nelle vostre storie?

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