Il mondo narrativo dello scrittore

La riflessione di oggi riguarda il mondo narrativo in cui le storie sono inserite, contrapposto al mondo reale che è quello in cui viviamo. Umberto Eco, in Sei passeggiate nei boschi della narrativa, sostiene che  esistono infiniti mondi narrativi che uno scrittore può ideare, i quali si contrappongono al mondo reale, per accettarne in tutto o in parte le regole, o crearne di nuove. Si tratta di un aspetto importante, perché sostiene Eco, tra lettore e autore si instaura un patto finzionale, che porta il primo a credere o meno a ciò che legge.

A proposito di mondo narrativo: stiamo parlando soltanto di ambientazione?

No. L’ambientazione di un’opera è la situazione spazio-temporale nel quale una certa storia opera è inserita e nient’altro. Per esempio, nei Promessi sposi Manzoni scrive a proposito di due innamorati che vivono nel XVII secolo nei pressi di Lecco, e ci racconta una vicenda storica e umana. Il mondo narrativo dell’Autore non comprende soltanto l’ambientazione storica, ma si apre a racchiudere le regole di funzionamento di quel mondo. È un mondo “inventato” dove ci sono i bravi, i Don Rodrigo, gli Azzecagarbugli, e la vita del tempo ci viene raccontata secondo una prospettiva morale. Nei Promessi sposi non abbiamo cavalli alati, elfi, o altro…  La finzione narrativa pretende da noi che stipuliamo un patto con l’Autore, e crediamo alla finzione che egli mette in piedi. Accade la stessa cosa nei romanzi ottocenteschi di Dickens: chi può dirci se Londra fosse proprio come ce l’ha descritta lo scrittore inglese, in Oliver Twist? Dall’immaginazione dello scrittore dipende la nostra capacità di credergli o meno.

Uno scrittore deve conoscere le regole del proprio mondo narrativo?

Certamente. Spesso uno scrittore le conosce perché ha studiato il proprio mondo narrativo con infinta pazienza. È interessante fare un esempio cinematografico: Odissea 2001 nello spazio. Nel libro Non ho risposte semplici, una raccolta di preziose interviste, Kubrick parla della genesi di questo capolavoro, un copione condiviso tra lui e lo scrittore di fantascienza Artur Clarke. Quello di Odissea 2001 è un mondo narrativo complesso dove scienza, arte ed effetti speciali si intrecciano fino a produrre un’esperienza che fu definita fenomenale fin dalle prime proiezioni, eccetto che a New York, città natale del regista. Nel 2019 il film ha compiuti 50 anni, senza dimostrarli affatto. La fantascienza si fa strada nel film attraverso aspetti di puro fantasy: il monolite, un segno lasciato da un’antica civiltà che visitò la luna, il computer di bordo Hall 9000 che possiede un’emotività quasi umana e finirà per impazzire…  Non solo. Fa parte del mondo narrativo di Odissea 2001 un rigoroso approccio scientifico: le navicelle spaziali costruite nel dettaglio e secondo una fisionomia che nel futuro avrebbe potuto essere utilizzata per riprodurre la gravità a bordo di un’astronave (nel film ruotano e in questo modo, creano gravità all’interno); oppure, parte dell’equipaggio in stato ibernazione, tecnica di conservazione degli esseri umani che potrebbe essere utilizzata in futuro; un computer con capacità non solo di calcolo ma anche dotato di una personalità; videochiamate previste con cinquant’anni d’anticipo, e tanto altro.

Quali sono gli effetti che un mondo narrativo dovrebbe produrre per piacere al suo fruitore?

Il mondo narrativo dovrebbe trasformarsi un un’esperienza estremamente realistica e coinvolgente per il fruitore (spettatore o lettore). Non ci chiediamo se Manzoni, Dickens,  Kubrick hanno ricreato dei mondi assolutamente perfetti, perché come lettori con il patto finzionale abbiamo dimostrato che possiamo credere a una finzione. Piuttosto ci abbandoniamo al piacere di un’esperienza la cui qualità è fondamentale per conquistarci e divertirci.

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