L’angoscia dell’influenza

Immaginate di prendere la penna e iniziare a scrivere: era una buia e tempestosa notte di marzo… chi state menzionando? Nella fattispecie, si tratta di R. L. Stevenson e dell’incipit di uno dei capitoli più interessanti del suo famoso romanzo Lo strano caso del Dottor Jekill e Mr. Hide.   

Potrei fare molti altri esempi, anche più brillanti di questo. Nell’immaginare una vicenda narrativa, non è difficile imbatterci in citazioni, o addirittura essere condizionati dalle cose  che abbiamo letto e amato. Penso alle lettrici che adorano la Austen, o ad altri che prediligono Dickens, o Tolkien. Tutto ciò che ci è piaciuto da lettori è probabile che torni quando ci mettiamo a scrivere. Questa è esattamente l’angoscia dell’influenza.

Per capirci ancora meglio, vi faccio un esempio cinematografico. Il film è La grande bellezza di Sorrentino, opera che tra l’altro ha vinto il premio Oscar. A un occhio un po’ saputello, questa pregevole pellicola è una rivisitazione in chiave postmoderna  de La dolce vita di Fellini. Non abbiamo nel film di Sorrentino Anita Ekberg che fa il bagno in piazza di Spagna a Roma (ma non ne sono sicuro… scherzo ovviamente) ma il soggetto narrativo non si discosta poi tanto dal racconto felliniano. C’è Roma che fa da sfondo, ma è la città di oggi, dove per le strade non c’è l’ottimismo di ieri ma al massimo ci sono i cinesi con i macchinoni. Gambardella è una versione più decadentista dell’intellettuale Marcello de La dolce vita: il primo è uno scrittore che in gioventù ha scritto un successo letterario e poi nient’altro, ed è soprattutto un uomo mondano; il secondo era un giornalista di piccoli servizi scandalistici con il pallino di diventare uno scrittore. Quanto il primo è pessimista e disperato a freddo sulla vita, il secondo era invece un individuo gentile ma pieno di conflitti irrisolti, e paure che non sapeva gestire. Il film La grande bellezza ricalca il mito della borghesia romana e della conversazione brillante contenuti ne La dolce vita ma è una quadro molto più pessimista. All’allegro edonismo del film di Fellini si contrappone il discorso delle fragili ipocrisie di cui si contorna la vita e che si rispecchia perfettamente nei vari personaggi di cui il protagonista Jep (Tony Servillo) si circonda. Non mancano richiami al magico e all’occulto, alla commedia dell’arte, all’assurdo e al fellinesque insomma, ne La grande bellezza. Nonostante tutte queste similitudini, il film per fortuna se ne va per una sua strada.

Eccoci quindi all’enigma che pone l’angoscia dell’influenza: sei un animale narrativo che ignora tutto ciò che è venuto prima, o scrivi citando consapevolmente? Il termine angoscia sottolinea la difficoltà e la sfida, la possibilità di scelta fra tutto ciò che ci è piaciuto; sapere ti mette angoscia, perché ogni riga che scrivi,  ti porrà il problema di una citazione. In questo gioco sarà importante capire che parte prendiamo, la recitiamo consapevolmente o no?

Non ci sono risposte preconfezionate, e il confronto con ciò che ci influenza, deve essere da stimolo ma deve anche aiutarci a partorire storie che abbiano originalità e sappiano di nuovo, e non appartengano al già detto. Questa è la lezione di stile che uno scrittore, anche influenzato da tutto ciò che sa, dovrebbe imporre a sé stesso.  

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