La letteratura come sogno

Amava molto Conrad. Riteneva Walt Whitman un periodista mediocre ma capace di parlare al lettore come pochi. La Divina Commedia è probabilmente l’opera migliore che sia mai stata scritta. Preferiva Victor Hugo a Charles Baudelaire. Tutta la letteratura, sin dalle origini,  è stata fantastica, senza eccezioni. La letteratura, per esempio i miti, affondano le proprie radici nella fantasia, e soltanto nel Novecento, si è diffusa l’abitudine alla cronaca e a parlare di sé da parte dell’Autore.

Amava il racconto, più del Romanzo. Infatti, scrisse solo racconti. In questo la pensava un po’ come Edgar Allan Poe, che per suggestione e forza poetica riteneva il racconto superiore al Romanzo.

Questo, e molto altro, era lo scrittore argentino Jorge Luis Borges.  Stupisce  ma non troppo il suo pensiero circa la letteratura come sogno. Borges era un panteista e amava molto la filosofia di Spinoza. Per lui l’atto creativo dello scrittore si confronta con sogni e visioni, che vanno mediati e decifrati attraverso l’uso della ragione. Questi due aspetti della creatività non sono antitetici ma possono collaborare fra di loro. Tutto ciò è molto interessante. Sembra stabilire un preciso ordine, dare dei pesi all’invenzione ed equilibrarla. Di solito solo il punto di partenza di un suo racconto e la fine gli si presentavano come chiari fin dall’inizio; il resto doveva appunto farlo il raziocinio collegando i due punti della narrazione.

Nel mondo narrativo di Borges certi moduli e alcune categorie tornano molto spesso. Nella sua prima raccolta di racconti, Storia universale dell’infamia, assistiamo alla prima prova letteraria delle sue capacità. In quest’opera definita dallo scrittore  l’irresponsabile gioco di un timido, egli deforma a piacimento le biografie di personaggi realmente esistiti per trarne dei ritratti totalmente fantastici. Ciò che stupisce è il sottile e raffinato manierismo, la capacità superba e agile allo stesso tempo, di utilizzare i moduli classici della narrativa popolare: le saghe e i racconti nordici,  la letteratura araba, i miti. Il gioco del falso e del citazionismo rimandano spesso al concetto di biblioteca infinita (ogni racconto si suppone tratto da opere che in realtà non esistono).

Attraverso il suo scrivere Borges – che ispirò a Umberto Eco il personaggio  del venerabile Jorge ne Il nome della rosa, tra l’altro Borges è stato davvero un bibliotecario nel corso della sua vita, ed era cieco, come il personaggio di fantasia di cui parliamo – metteva in atto lo scetticismo e il relativismo filosofico di cui parlavamo all’inizio dell’articolo, e ha incarnato alla perfezione lo spirito del Novecento. Infatti, la sua opera sembra fare riferimento a altre realtà, simili e sovrapponibili alla nostra, e sembra un delicato gioco pieno di mistero, dove siamo continuamente invitati a cercare, e ciò rende affascinanti le sue pagine.

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