Il messaggio dell’Autore e il lettore

Il messaggio dell’Autore al lettore è in grado di farci tornare bambini. Ci riporta indietro alle storie d’infanzia, con un messaggio morale quasi sempre molto esplicito. Per esempio tutta la favola di Pinocchio non è che un lungo racconto sulla necessità e convenienza da parte dei bambini di non dire bugie, e di avere atteggiamenti giudiziosi e rispettosi.

La maggior parte delle storie, a cominciare dalle fiabe – diverse dalle favole – non hanno messaggi così espliciti e morali; tuttavia è raro che da una storia non si possano trarre delle conclusioni in grado di farci capire che è stata scelta e raccontata perché conteneva un senso, e l’autore le affida il proprio messaggio. Per esempio, Stephen King in 22/11/63 ci racconta la storia di un viaggio nel tempo nel Maine intorno agli anni ’60, teso a salvare la vita al presidente Kennedy. Qual è la morale sociopolitica di una storia di questo tipo? Evidentemente la riflessione tutta americana che quell’evento sia stato un crocevia della storia degli Stati Uniti. Da quel momento tante cose sono cambiate, non in meglio, per quella democrazia, secondo l’opinione dello scrittore ma anche di tanti suoi connazionali.

Quindi lo scrittore medita,  dibatte, porta il lettore in territori sconosciuti e lo costringe a pensare, anche se racconta soltanto una storia. Del resto questa è la funzione dello scrittore: il motivo per cui la società lo paga o lo riconosce  ha a che fare con questo suo ruolo di ricerca, basta pensare a tutta la beat generation. Scrivere non è solo pensare a se stessi, ma saper calare delle riflessioni all’interno del proprio tempo.

Senza pretendere di volare così alto, partiamo da riflessioni più facili. Con il finale di una storia, o con il racconto di una vicenda, lo scrittore non ci consegna soltanto una serie di fatti, ma una sua visione del mondo che esce fuori come il coniglio dal cilindro del suo mondo narrativo. Sta al lettore riconoscerla. In Ragione e sentimento, Jane Austen, racconta una favola con un finale un po’ diverso dal solito.   

La trama del libro è la seguente:

Marianne Dashwood è la protagonista. Seconda figlia del matrimonio fra Henry Dashwood e la sua seconda moglie. Personaggio opposto alla sorella Elinor, ha un’indole estremamente romantica, vivace e passionale. Sedicenne, si innamora di John Willoughby che la abbandona per un matrimonio più conveniente; la disperazione dovuta all’abbandono la porta quasi in fin di vita. La malattia costituisce per Marianne un punto di svolta e maturazione. Prenderà a modello la sorella maggiore e sposerà il più maturo Colonnello Brandon.

In questa storia assistiamo a un interessante arco di trasformazione che riguarda Marianne Dashwood, la protagonista. Il finale non è il classico buon finale che ci si aspetterebbe; anzi stando all’incipit e all’ innamoramento iniziale di Marianne per John, dovremmo concludere che quello della storia è un finale triste… in realtà il messaggio dell’autrice interviene fin dal titolo a precisare che il senso del libro è un altro: ci sono situazioni in cui gli innamoramenti sono fasulli, e occorre una trasformazione del personaggio, la quale diventa possibile bilanciando ragione e sentimento, chiave interpretativa del messaggio dell’Autrice.

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