L’empatia del personaggio

Un modo con il quale nella vita di tutti i giorni classifichiamo le persone, è distinguendo tra individui empatici e altri che forse lo sono ma non ce lo mostrano. L’empatia è una qualità morale molto importante perché definisce la nostra capacità di metterci nei panni altrui.  La parola deriva dal greco antico  “εμπάθεια” (empátheia) a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”, che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava l’autore-cantore al suo pubblico. Significa en-phatos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprendere punti di vista, pensieri sentimenti emozioni e “pathos”.  

Si capisce facilmente come nel creare un personaggio all’interno di una storia l’empatia sia di fondamentale importanza. L’origine stessa della parola la dice lunga: possiamo pensare all’empatia come a una qualità degli uomini ma essa va vista anche come un vero e proprio procedimento retorico. Una cosa importante da dire è che l’empatia va generata, e non tutti le situazioni riguardanti gli altri stimolano la nostra capacità di immedesimazione. Scatta qui un aspetto molto sottile relativo al lettore di una storia: in quale personaggio da noi creato sarà più propenso a immedesimarsi, colui che legge la storia? Se parliamo di un giallo, è più probabile che per questioni di tipo etico-morale, il lettore trovi più semplice identificarsi in colui che porta avanti l’indagine e cerca di risolvere il caso (un detective, un curioso) piuttosto che nell’antagonista.   

Se cambiamo genere e pensiamo al thriller, saremo portati a scegliere diversamente. Il cattivo o l’antagonista potrebbero essere rappresentati da un poliziotto che insegue qualcuno che non conosciamo, è stato arrestato ingiustamente e cerca una via di scampo (come per esempio ne Il fuggitivo di Harrison Ford). Ecco quindi che la nostra empatia ci fa scegliere diversamente: stavolta prenderemo le parti di un “criminale”,  ma solo perché la storia e il nostro senso morale ci spingono a ritenere che si tratti un uomo giusto perseguitato.

Questo discorso riguarda naturalmente anche la letteratura, sia quella che classica che quella contemporanea. In 22/11/63 Stephen King introduce la storia di un curioso viaggio nel Maine negli anni ’50 e inizia raccontando la vita di un anonimo professore di lettere. Le prime pagine generano effetti empatici molto forti; a pagina 3 del libro siamo già legati al personaggio principale, ne conosciamo perfettamente i traumi e le sconfitte, i problemi – come quello di non saper piangere, attraverso i quali egli ci racconta i drammi ella propria vita,  spingendo a interessarci della sua personalità apparentemente poco empatica, anche se in realtà si tratta soltanto di un disturbo meccanico legato all’attività di piangere.  

Ne deriva che non esiste una vera e propria “regola” dell’empatia, in base alla quale siamo portati a identificarci in qualcuno che è protagonista di una storia; esistono molle e situazioni – per la verità, tantissime – che possono far scattare qualcosa dentro di noi e farci “sentire dentro”, ovvero diventare individui empatici nei confronti degli altri e rompere il guscio dell’indifferenza.

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