La descrizione dei luoghi

Uno scrittore è uno scenografo. Questa definizione, per nulla esagerata, rende conto del lavoro certosino che compete a chi scrive libri di narrativa e di fiction; il lettore va saputo conquistare anche per la precisione con la quale si è capaci di creare ambientazioni interessanti e immagini vivide nella mente dei Lettori.

Saper descrivere è un talento che non tutti hanno, e richiede allenamento. Victor Hugo amava dire che la prima letteratura dell’uomo è stata la pietra, intendendo con ciò che la scultura di edifici e monumenti è stata il primo modo con il quale l’uomo ha saputo veicolare segni, simboli e immagini. L’homo sapiens, nelle grotte di Lascaux, ha ritratto una scena  di caccia – risalente a circa 18.000 anni fa e che Picasso definì la cappella Sistina dell’umanità – che ci fa comprendere quanto immagine e scrittura siano legate, e quanto la prima preceda e si saldi con l’utilizzo della scrittura e della narrazione. L’invenzione della scrittura risale al 5000 a. C. e avviene presso i sumeri; prende il via dalla registrazione su tavolette d’argilla di scambi commerciali che evolverà poi in alfabeti sempre più evoluti e universali.

Cosa c’entra tutto ciò con l’abilità di uno Scrittore di saper descrivere un luogo o una situazione? Raccontare mediando immagini è uno dei piaceri che lo Scrittore deve essere in grado di trasmettere al Lettore. Il Romanzo, in particolare quello ottocentesco, indulge spesso in dettagliate descrizioni di ambienti, luoghi e personaggi ed esalta quest’abilità. L‘epoca attuale è il trionfo dell’immagine, che nelle fiction mantiene sempre un certo grado di ambiguità. Lo Scrittore che descrive un luogo non si produce in una semplice elencazione di cose ma fa emergere un “senso” più o meno allegorico nelle sue descrizioni – così come Dante, nella Divina Commedia, utilizza la selva oscura come ambiente spaziale ma soprattutto come allegoria dell’obnubilarsi della coscienza.

Lo scrittore Balzac indulgeva in descrizioni puntigliose molto apprezzate da chi ha tratto film dai suoi Romanzi. Nell’incipit a uno dei suoi primi romanzi, La pelle di zigrino, ci regala una descrizione ampia e ricca di particolari di un curioso negozio d’antiquariato nel quale il suo protagonista sembra perdersi.  

Alla prima occhiata, i magazzini gli offrirono un quadro confuso in cui opere umane e opere divine contrastavano tutte fra loro. Coccodrilli, scimmie, boa impagliati sorridevano a vetrate di chiesa, sembravano voler mordere dei busti, inseguire oggetti di lacca, o arrampicarsi su lampadari. Un vaso di Sèvres, con sopra dipinto Napoleone da madame Jacotot, si trovava accanto a una sfinge dedicata a Sesostri.  Gli inizi del mondo convivevano in grottesca bonomia con gli avvenimenti di ieri. Un girarrosto era appoggiato su un ostensorio, una sciabola repubblicana sopra un archibugio del Medioevo. Madame Dubarry, da un pastello di Latour, nuda in una nube e con una stella sulla esta, sembrava contemplare avidamente una lunga pipa indiana, come se volesse indovinare l’utilità delle spirali che si levavano serpeggiando verso di lei.

Questa descrizione, precisa e dettagliata, non è solo un catalogo di oggetti curiosi e di arte varia. Ci comunica qualcosa: senso di mistero e apparente disordine. E’ una descrizione particolarmente funzionale – come ne fosse lo specchio – al protagonista della storia. Il romanzo inizia ritraendolo mentre perde al gioco il suo ultimo soldo, e vaga disperato per i luoghi di Parigi. La descrizione bizzarra e contrastante è utilizzata da Balzac per descrivere lo stato emotivo ed esistenziale del personaggio.     

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