Il racconto Colline come elefanti bianchi di Hemingway

In questo blog vi ho parlato, a proposito di Hemingway, della tecnica narrativa show don’t tell.  Immaginate di raccontare una storia e di fare l’elenco di tutti i tipi di narratore che conoscete e avete in mente: prima o poi vi imbatterete nel narratore di tipo hemingwayano. Questo tipo di narratore ne sa meno dei suoi personaggi. Tutto in Hemingway è potentemente  visivo: le descrizioni, i gesti delle persone, il modo di parlare dei personaggi, il costruirsi di una scena narrativa. Per averne la percezione, basta pensare a romanzi capolavoro come Addio alle armi  oppure alla raccolta di racconti I quarantanove racconti. C’è un racconto della prima fase di Hemingway, si chiama Colline come elefanti bianchi, che aiuta ancor meglio a capire tutto questo e mostra già allora forti capacità sperimentali.  Il testo fu pubblicato originariamente, con altri racconti, nel volume Men without Women (Uomini senza donne), nel 1927.

Il breve racconto punta su alcuni elementi che riconducono ad altre opere dello scrittore, e alle atmosfere assai diffuse nella narrativa americana fra le due guerre: l’ambientazione spagnola, che piaceva ad Hemingway, che si ritrova in opere come Morte nel pomeriggio e Per chi suona la campana; il vagabondare dei personaggi (la stazione, le valige), in una dimensione insieme avventurosa e precaria dell’esistenza; l’animazione narrativa, il taglio brusco e secco del racconto, la cruda indicazione di fatti e di azioni, in cui le parole vengono pronunciate senza cedimenti e abbandoni sentimentali.

Quello che preme sottolineare  è che nella costruzione di questo racconto conta più il non detto di quello che viene rivelato. Nella storia, ci sono un uomo e una donna che parlano di un tema segreto, e che tale resta anche al lettore: l’aborto di lei. I due sostengono parti diverse, lui è più cinico e indifferente mentre lei appare combattuta e ferita dalla scelta. Lui le ha portato anche dei soldi.

Ecco quindi lo spostamento di senso che troviamo nella narrazione; si parla – tecnica dell’iceberg, appunto – di un argomento che per la maggior parte rimane sullo sfondo, e di cui chi racconta non ci informa. La figura del narratore non è più debordante come può accadere in un romanzo di Balzac, di Dickens o Hugo, dove il narratore cuce insieme le azioni e ne guida il senso illustrandole al lettore, con un ampio spazio non solo descrittivo esteriore ma anche dedicato all’interiorità dei personaggi. Tutto in Hemingway diventa spazio bianco, non detto e sottinteso. Gli anni ’20 a cui risale questo racconto in Italia sono gli anni dell’ermetismo in poesia, e della prosa aulica dannunziana, Hemingway vi contrappone il racconto nudo e crudo della realtà, la poetica appena accennata delle piccole, l’urgenza di dire senza invadere la scena.

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