La maschera del personaggio: l’ideale cavalleresco e il bandito

Nel teatro latino gli attori recitavano con la maschera. Per estensione, per maschere si intendono alcuni personaggi per es., il dottor Balanzón, Gioppino, Pulcinella, Rugantino, tipici di alcune regioni. Insomma, ci riferiamo a personaggi fissi di una certa commedia con nome, costume, atteggiamenti e qualità particolari e riconoscibili. Il concetto di maschera indica qualcosa che sta sotto, e presuppone un travestimento. Per esempio, durante il Carnevale le maschere vengono indossate a scopo magico-rituale per rappresentare l’essenza divina o demoniaca; oppure in guerra si utilizzavano per terrorizzare il nemico.

In narrativa, soprattutto dalla nascita del Romanzo in poi la maschera diventa un elemento forte della caratterizzazione del personaggio. Diciamo pure che con essa potremo intendere il calco, lo stereotipo che utilizziamo per creare il nostro personaggio, partendo da un tipo generale. È molto più semplice fare degli esempi, per afferrare il concetto, il quale riflette una parte importante della tecnica creativa di uno scrittore.

Prendiamo per esempio il tipo umano del bandito o del fuorilegge. Rappresenta il tipo umano «bandito»  dalla società per vari motivi. Si tratta di una figura archetipica, presente in molta letteratura e che attraversa la storia del Romanzo trasformandosi. Se prendiamo, per esempio, I miserabili di Hugo, oppure il Conte di Montecristo di Dumas, troviamo che il protagonista in entrambi i casi è creato a partire dalla figura del fuorilegge che ha un conto in sospeso con la società: tali sono certamente Jean Valjean e Edmond Dantes. Non solo, all’interno dei Miserabili troviamo che esistono esempi di banditi dalla società –  ladri e malfattori – che costituiscono esempi negativi e rappresentano deviazioni della stessa maschera.

Questo tipo umano, il fuorilegge, si completa con i tratti generosi e solitari dell’eroe che soccorre i più deboli  e ripara torti e ingiustizie. Quest’altro tipo letterario è di eredità cavalleresca e risulta ancora più efficace della prima: in esso troviamo che possiamo includere tanto Edmond Dantes, che Jean Valjeans, e pure il principe Rodolphe di Gerolstein de i misteri di Parigi. In tutti questi casi, la missione del protagonista della storia è di aiutare i buoni e punire i malvagi, quasi a compensazione dei torti che nel mondo reale la società fa ai più deboli.

In Don Chisciotte abbiamo che un vecchio hidalgo, fuori di senno, decide di diventare cavaliere errante assume il gravoso compito di riparare torti e ingiustizie. Anche qui – il romanzo è del ‘600 e precede gli altri – abbiamo che l’archetipo del bandito si fonde con l’ideale cavalleresco, sebbene sia reso attraverso la lente deformante del comico, che finisce per esprimere tutto in chiave paradossale.   In Emilio Salgari, Il Corsaro nero – ci troviamo all’inizio del Novecento – è costruito con la testa tecnica. Abbiamo un individuo che sfugge alla società (si tratta di un pirata) ma in definitiva ha tratti nobili e cavallereschi, sia nel comportarsi con i propri nemici, sia nel rapporto con i propri compari o con le persone che incontra nel corso delle proprie avventure.  

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