Le metafore di uno scrittore

Era Josè Saramago a sostenere che uno scrittore lavora con le metafore. Esse sono gli attrezzi del suo mestiere. Rinverdire la definizione di metafora non è uno spreco di tempo:

metàfora s. f. [dal lat. metaphŏra, gr. μεταϕορά, propr. «trasferimento», der. di μεταϕέρω «trasferire»]. – 1. Processo linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, basato su una similitudine sottintesa, ossia su un rapporto analogico, per cui un vocabolo o una locuzione sono usati per esprimere un concetto diverso da quello che normalmente esprimono; così, per es., alla base della metafora l’ondeggiare delle spighe, è la comparazione istituita tra la distesa delle spighe e quella delle acque del mare e il conseguente trasferimento del concetto di ondeggiare dal movimento della superficie marina a quello di una distesa di spighe. (fonte Treccani)

Certo, le metafore per estensione non sono solo quelle che attengono al processo linguistico, ma finiscono per coinvolgere la rappresentazione simbolica dello scrittore.  O meglio, il passaggio è graduale ed è di questo tipo: attraverso le metafore, faccio comprendere al lettore (processo espressivo) cosa voglio significare con un certo oggetto o persona. In questo senso, le metafore sono un medium fondamentale dell’attività di scrivere.

Accade ciò, per esempio, con il racconto di Herman Melville, Bartleby lo scrivano. Un racconto del 1853 e che nella struttura, nei temi e nello stile sembra già anticipare la letteratura esistenzialista di Kafka e Camus, ed è perciò avanti di oltre mezzo secolo quando compare. Questo racconto diventerà presto un caso letterario, sul quale si sono appuntate tantissime diverse interpretazioni da parte dei critici.

La storia racconta di uno scrivano, impiegato in un ufficio di Wall Street, che senza un motivo apparente o dichiarato si rifiuta di eseguire gli ordini impartiti. Il passaggio seguente del racconto aiuta a comprendere la psicologia del personaggio di Bartleby:

Ero quindi seduto in questa posizione quando lo chiamai, dicendo rapidamente quel che desideravo da lui, cioè che esaminasse un breve documento con me.  Immaginatevi la mia sorpresa, anzi la mia costernazione, quando, senza muoversi dal suo angolo riparato, Bartleby, con voce curiosamente pacata e decisa, rispose: Preferirei di no. (…)Lo fissai con attenzione. Il suo viso smunto era tranquillo, gli occhi grigi erano calmi, opachi. La sua seraficità non era turbata da alcuna agitazione. Se i suoi modi avessero mostrato la minima irrequietezza, irritazione, impazienza o impertinenza – in altre parole, se avesse avuto un’espressione semplicemente umana – , senza dubbio lo avrei cacciato con violenza dallo studio.    

Numerosi critici hanno cercato di interpretare il contenuto del testo, in particolar modo durante il XX secolo, generando anche la cosiddetta “Bartleby Industry”, una massiccia produzione di articoli su Bartleby ai fini della carriera universitaria. Sono state trovate nel testo allusioni cristiane secondo i critici occidentali; in particolar modo il commento di H. Bruce Franklin ebbe molta attenzione per la scoperta che il racconto segue fedelmente un passo del Vangelo di San Matteo, e al quietismo buddista secondo quelli orientali.

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