Il romanzo come allegoria

L’allegoria è una di quelle parole (e figure retoriche) che tutti gli scrittori dovrebbero conoscere. La sua conoscenza e il suo utilizzo possono portare molto lontano. Non sarà inutile, come nel caso della metafora, richiamarne il significato etimologico:

  allegorìa s. f. [dal lat. tardo allegorĭa, gr. ἀλληγορία, comp. di ἄλλος «altro» e tema di ἀγορεύω «parlare»]. – 1. Figura retorica, per la quale si affida a una scrittura (o in genere a un contesto, anche orale) un senso riposto e allusivo, diverso da quello che è il contenuto logico delle parole: l’a. dell’«Amorosa visione» del Boccaccio; le a. della «Divina Commedia».

L’allegoria ci aiuta a comprendere che un testo può avere diversi significati: quello letterale, che deriva dal combinarsi degli eventi in una trama più o meno riuscita, e uno più profondo, o molti. Il lettore li può afferrare e derivare dalla riflessione e dall’analisi del testo. Ecco che si va quindi propria alla radice della parola, che vuol dire «parlare d’altro».

I romanzi allegorici sono spesso classici della letteratura e sono stati scritti in tutte le epoche. Un autore che si espresso, per esempio, in termini allegorici è Italo Calvino. Quando pensiamo ai suoi romanzi brevi Il visconte dimezzato, oppure Il barone rampante – facenti parte della Trilogia degli antenati  –  non possiamo non cogliere in queste opere un senso che trascende la trama e intende dirci qualcosa di più sul mondo. Del resto, la vocazione intellettuale di Calvino era proprio quella di una letteratura che fosse anche rappresentazione della vita e del mondo.

Il visconte dimezzato come allegoria: il visconte che viene scisso a metà, una metà assolutamente buona e un’altra cattiva, condensa in sé diversi significati allegorici: la lotta tra il bene e il male, presenti nella coscienza dell’uomo, e la necessità di conciliare gli opposti attraverso una sintesi culturale. Perfino la suddivisione in blocchi al tempo della guerra fredda (epoca alla quale appartiene il romanzo, che è del 1952) può essere intuita o vista in questo novel.

Il barone rampante come allegoria: la storia del ragazzo che sale sugli alberi e non ne vuole più scendere, e organizza tutta la sua vita attraverso un punto diverso, è un’allegoria della distanza che l’intellettuale deve tenere dal mondo per comprenderlo. Il romanzo data 1957 ed è una riflessione più matura e disillusa di Calvino, che si rifugia ormai nel fantastico, lontano dalle atmosfere partigiane de Il sentiero dei nidi di ragno e delle illusioni sulla resistenza che aveva caratterizzato il suo esordio come scrittore. Quest’opera si apre a un senso più ampio: possiamo leggervi semplicemente la storia raccontata, o nel seguire le vicende di Cosimo troviamo quelle di chiunque muti il suo punto di vista per vedere bene le cose, sia esso artista, poeta, scrittore o scienziato (in questo senso, l’allegoria della storia potrebbe richiamare la molteplicità dei punti di vita per comprendere meglio la vita).

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