L’infanzia umiliata, la gloria conquistata: Charles Dickens e la grammatica del dolore

Charles Dickens ritratto nel suo studio: il volto del romanziere che trasformò miseria e memoria in arte, riflettendo sul potere etico della parola scritta.

Tra miseria, ingegno precoce e famiglie rovinate dai debiti, nasce il genio narrativo di Dickens. Questo saggio del 1910 ne ripercorre la vita, offrendo un ritratto vivo, umano, essenziale del più amato romanziere inglese.

Indice

  1. Nelle stanze della miseria: un’infanzia in debito
  2. Il figlio del caos che imparò l’ordine
  3. Una penna per i poveri: genio, fama e giustizia
  4. Conclusione

1. Nelle stanze della miseria: un’infanzia in debito

C’era una volta — e non è finzione, ma memoria — un bambino magro, silenzioso, dagli occhi grandi e pieni di sogni, con le mani sporche non di giochi o matite colorate, ma d’inchiostro, colla e nero da scarpe. Non era ancora il signor Charles Dickens che il mondo avrebbe celebrato, letto e venerato. Era, piuttosto, “un ragazzo molto strano” — così lo definisce il saggio apparso nel Journal of Education nel 1910 — che viveva ritirato in una “stanza benedetta”, lontano dal resto della famiglia, circondato da libri presi in prestito, sognando di sfuggire al mondo che lo aveva escluso (Sage Publications, 1910, p. 70). A Chatham, figlio di John Dickens, modesto impiegato governativo, il piccolo Charles cresce in una casa dove i creditori bussano più spesso degli amici. Il padre, come racconta il testo, era “industriale e coscienzioso”, ma irrimediabilmente incapace di gestire il denaro. La famiglia era numerosa — otto figli — e ogni trasloco, da Landport a Chatham e infine a Londra, segnava un ulteriore passo verso l’indigenza. Le visite al banco dei pegni erano regolari, e toccava proprio a Charles portare, con mani tremanti, i libri che amava per riceverne qualche scellino in cambio (Sage Publications, 1910, p. 70). Ma il punto di rottura fu il Marshalsea, il famigerato carcere londinese per debitori. Quando John Dickens vi fu rinchiuso nel 1823, tutta la famiglia lo seguì, come si usava all’epoca. Tutta, tranne Charles. Per lui furono trovati alloggi provvisori presso un’anziana signora — che, anni dopo, sarebbe rinata sulla pagina come Mrs. Pipchin, arcigna istitutrice in Dombey and Son. Deluso, abbandonato, separato dai suoi, il ragazzo sprofonda nella solitudine e nell’umiliazione. Ma proprio allora, mentre tutto sembrava crollare, qualcosa nacque. Iniziò a osservare il mondo con occhi affilati: la miseria, le parole, i gesti, il ridicolo. Ogni cosa diventava memoria utile, osservazione futura, personaggio in potenza. Come se non bastasse, a quell’età — appena dodici anni — viene costretto a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, situata presso Hungerford Stairs. Il compito è misero: legare etichette e incartare vasetti di lucido nero, tutto il giorno, in compagnia di uomini e ragazzi maleducati, spesso volgari, sempre disperati. Lui li osserva. Li imita, forse. Ma non si confonde con loro. Pur vivendo quella vita, sente di appartenere a un altrove: “era consapevole di fini e scopi lontani da quelli che lo circondavano” (Sage Publications, 1910, p. 70). Il saggio insiste: da quelle esperienze, Dickens non uscì rovinato, ma rafforzato. Sembrava già allora, “un attento osservatore”, capace di raccogliere ciò che altri ignoravano, e di farne tesoro. In silenzio, iniziò a costruire la sua grammatica del mondo: fatta non di regole, ma di dettagli. Ogni cliente, ogni compagno, ogni insulto e ogni risata – tutto sarebbe servito. L’umiliazione non lo spezzò. Anzi, fu forse la sua prima, silenziosa, iniziazione letteraria. Più tardi, in David Copperfield, scriverà che fu un periodo di sofferenza “inimmaginabile”, eppure non esagerato né inventato: “So che lavoravo tutto il giorno tra uomini e ragazzi comuni, un bambino malvestito… So che, se non fosse stato per la misericordia di Dio, sarei potuto diventare, per la cura che mi si prestava, un piccolo ladro o un piccolo vagabondo” (Sage Publications, 1910, p. 75). Parole scolpite nella memoria, non per drammatizzare — ma per non dimenticare. La sua fame non era solo di pane. Era di parole. Di salvezza. Di narrazione. Le storie che leggeva da bambino — Don Chisciotte, Tom Jones, Roderick Random — non erano solo evasione. Erano modelli, luci lontane, esempi da emulare. In quelle pagine, Dickens trovava non un rifugio, ma una promessa: che anche un figlio del debito potesse diventare uno scrittore. Che anche lui potesse, un giorno, abitare il luogo dei grandi. Ma prima, doveva sopravvivere. E sopravvivere, per Dickens, significava imparare. Imparare il ritmo delle voci, la logica della fame, la teatralità dell’ingiustizia. “Il dolore non lo piegò — lo temprò”, scrive giustamente l’articolo. Forse, senza quella sofferenza, non ci sarebbe stato Oliver Twist. Né David Copperfield. Né, soprattutto, quella voce limpida e rabbiosa che avrebbe trasformato le lacrime dei bambini in letteratura civile.

2. Il figlio del caos che imparò l’ordine

Quando Charles Dickens scriverà David Copperfield, non offrirà solo un romanzo. Offrirà se stesso, messo a nudo, con la sincerità tagliente di chi non può — né vuole — edulcorare la verità. Il saggio del 1910, pubblicato nel Journal of Education, sottolinea come quest’opera sia, tra tutte, “quella in cui narra più pienamente la propria storia” (Sage Publications, 1910, p. 75). Ed è proprio lì, tra le pieghe di quelle pagine, che si apre l’abisso della sua giovinezza. Non vi è eroismo nella sua narrazione. Vi è, invece, umanità cruda, esposta come una ferita ancora aperta. Quando, nel 1824, suo padre viene infine rilasciato dal carcere del Marshalsea, per Charles si apre una nuova fase. Non sarà lunga, né serena, ma segna una tregua. Il padre litiga con il parente proprietario della fabbrica di lucido e ritira il figlio da quel lavoro indegno. È un gesto piccolo, ma decisivo. Charles viene iscritto a scuola — il Wellington House Academy — sotto la direzione di un certo “Mr. Jones, la cui principale qualifica era l’abilità nell’uso della canna” (Sage Publications, 1910, p. 75). Impara poco, ma impara ciò che gli servirà davvero: non nozioni, ma tipi umani. Secondo il biografo Frank T. Marzials, citato nel saggio, Dickens “non assimilò molto sul piano scolastico, ma assorbì la vita stessa della scuola”: gli umori, le gerarchie, le crudeltà, le caricature. La sua mente, già allora, funzionava come un archivio instancabile. I volti dei compagni, le stravaganze dei professori, le rivalità tra studenti — tutto veniva annotato, interiorizzato, masticato. E anni dopo, quei frammenti rinasceranno sotto forma di personaggi memorabili, dalla penna caricaturale e affilata. La scuola dura poco. Il tempo basta solo a renderlo più sveglio, più affamato. Subito dopo, entra nel mondo del lavoro vero, quello adulto, grigio, disciplinato. Lavora prima nello studio di un avvocato, poi in un secondo, a Gray’s Inn, dove riceve uno stipendio di quindici scellini a settimana. Non era il palcoscenico per un giovane scrittore, ma Dickens non cercava ispirazione: cercava sopravvivenza. E intanto accumulava. “Immagazzinava la mente”, scrive il saggio, “proprio come aveva fatto a scuola, con una serie di appunti e osservazioni inestimabili” (Sage Publications, 1910, p. 75). Nulla andava perso. È qui che prende forma una delle sue qualità decisive: la disciplina. Lontano dall’indolenza paterna — che pure amava profondamente — Charles sviluppa un’etica del lavoro rigorosa, quasi maniacale. Ogni ora ha il suo compito. Ogni giornata, la sua scadenza. Il saggio del 1910 lo riassume così: “Dai disordini degli affari paterni trasse una lezione di metodo, ordine e puntualità” (Sage Publications, 1910, p. 75). L’ordine non era per lui solo un’abitudine: era uno scudo contro il caos dell’infanzia. Questa attitudine, però, non lo rende freddo. Anzi. Dentro la macchina operativa, dentro l’apparente efficienza, brucia un fuoco narrativo potente. Il giovane Dickens sa che la strada per emergere passa per la competenza, ma anche per l’osservazione, per la capacità di vedere dove gli altri guardano soltanto. E così, mentre lavora, studia. Frequenta la sala lettura del British Museum, recupera le lacune della sua formazione letteraria, legge — sempre legge — con l’avidità di chi ha perso troppo tempo tra debiti e fabbriche. Nel 1828, abbandona gli studi legali e decide di diventare stenografo parlamentare. È una mossa strategica. Lì, nella Camera dei Comuni, impara a cogliere le parole in volo, a registrare senza perdere una sillaba, a sintetizzare discorsi in tempo reale. Il giornalismo diventa per lui una seconda scuola. E sarà lui stesso, anni dopo, a dichiarare: “Alla formazione severa del lavoro giornalistico durante la giovinezza, attribuisco il mio primo successo” (Sage Publications, 1910, p. 75). La frase che lo accompagna per tutta la vita — “Ciò che vale la pena di fare, vale la pena di farlo bene” — non è uno slogan. È un credo, un principio operativo. È il segno della distanza tra il Dickens ragazzo e l’uomo che sarà. Se il primo ha conosciuto il caos, il secondo ne fa il suo nemico naturale. Se il bambino ha vissuto nell’imprevisto, l’adulto costruisce rituali e ritmi per dominarlo. Scrivere, per Dickens, non è solo espressione: è mestiere. È rigore. È onestà verso il lettore. Eppure, ciò che rende tutto questo straordinario, è che dietro la regola non c’è mai aridità. Il suo è un ordine acceso, un’organizzazione che lascia spazio all’ispirazione, al calore, al sentimento. Il cuore del ragazzo non è mai morto sotto il peso della disciplina. Anzi: è proprio grazie a quella struttura che il cuore trova il modo di esprimersi senza disperdersi. In altre parole, Dickens ha fatto del trauma un metodo, del bisogno una virtù, dell’esperienza un’arte. Se oggi i suoi romanzi resistono al tempo, è anche perché sono il frutto di una mente doppia: quella dell’artista e quella dell’artigiano. Due voci, due mani, una sola visione.

3. Una penna per i poveri: genio, fama e giustizia

Era il 1834 quando un giovane ventitreenne lasciava un suo racconto breve in una cassetta delle lettere di un oscuro ufficio di Fleet Street. Si trattava di “A Dinner in Poplar Walk” — un piccolo scritto firmato con uno pseudonimo affettuoso, “Boz”, il nomignolo del fratello. Quel gesto timido e speranzoso accese la miccia di una carriera narrativa destinata a scuotere le fondamenta della letteratura inglese. Il racconto venne pubblicato sull’Old Monthly Magazine e fu il primo segnale che Charles Dickens — figlio di debitori, ex ragazzo da lucido, autodidatta in lotta col destino — stava per diventare un autore di fama (Sage Publications, 1910, p. 75). Solo due anni dopo, nel 1836, uscirà il primo fascicolo di The Pickwick Papers. L’editore inizialmente ne ordinò appena quattrocento copie, ma la risposta del pubblico fu esplosiva. Alla quindicesima uscita, le copie stampate erano diventate quarantamila. Era nato un mito. L’umile cronista parlamentare si era trasformato in celebrità nazionale. Il successo non fu né improvviso né casuale. Fu il frutto di anni di osservazione, di vita vissuta al limite, di una memoria vorace e di una scrittura che sapeva mescolare pathos e comicità, denuncia sociale e colore popolare. Il saggio del 1910 sottolinea come Pickwick portasse “gioia universale e innocente”, e aprisse a Dickens le porte non solo della fama, ma anche dell’editoria redditizia — tanto che la serie fruttò ai suoi editori l’equivalente di centomila dollari (Sage Publications, 1910, p. 75). Ma la vera forza di Dickens non fu mai commerciale: fu etica. Con Oliver Twist — il secondo romanzo, pubblicato tra il 1837 e il 1839 — Dickens ruppe ogni convenzione. Per la prima volta, un bambino orfano e affamato diventava protagonista di una storia potente, senza edulcorazioni, popolata da ladri, ricettatori, prostitute. Era un atto di accusa contro la società vittoriana, che parlava con la voce del popolo e per il popolo. Dickens divenne così il romanziere della giustizia sociale, colui che sapeva commuovere le masse ma anche pungolare le coscienze. La sua penna, scrive il saggio, “trasformava gli svantaggi in oro narrativo” e la sua esperienza personale — quell’infanzia negata, quel dolore vissuto in silenzio — diventava carburante per dare voce a chi non l’aveva mai avuta (Sage Publications, 1910, p. 76). Seguono poi Nicholas Nickleby, Master Humphrey’s Clock, The Old Curiosity Shop, e quell’opera intensa e delicata che fu David Copperfield — il romanzo che più di ogni altro racchiude la sua autobiografia trasfigurata. Ma accanto al romanziere emerse l’uomo di spettacolo, il lettore instancabile dei propri testi, capace di far piangere platee intere con il solo uso della voce. A partire dal 1858, Dickens iniziò a dare letture pubbliche in tutto il Regno Unito e, in seguito, anche in America, dove fu accolto come un idolo popolare. Ogni evento era una celebrazione della parola: il pubblico, scrive il saggio, ascoltava rapito, rideva, piangeva, restava in silenzio. Le sue performance erano la continuazione dei romanzi con altri mezzi. Nessuno come lui aveva saputo trasformare la narrazione in evento, la scrittura in carne viva. Eppure, sotto la brillantezza della fama, il suo obiettivo rimaneva lo stesso: parlare agli ultimi. Lo dimostra Little Dorrit, romanzo cupo e profondo pubblicato nel 1855, che riporta in scena — con nuova forza — i fantasmi del Marshalsea, la prigione per debitori dove aveva vissuto da ragazzo. Dickens non dimenticava. Mai. E proprio da quella fedeltà alla sofferenza, dalla memoria incisa nella carne, nasceva la sua grandezza. La sua casa dei sogni, Gad’s Hill Place, che da bambino aveva solo immaginato di possedere, diventa finalmente sua nel 1856. Eppure, anche da lì, il lavoro non si ferma: scrive Grandi Speranze, Tempi Difficili, La Storia di due città, Il nostro comune amico. Ogni titolo è un pezzo di umanità raccontata, una fotografia morale della società inglese dell’Ottocento. Il suo ultimo lavoro, Il Mistero di Edwin Drood, resterà incompiuto. Quando muore, il 9 giugno 1870, Dickens è esausto. Aveva compresso — scrive il saggio — “il lavoro di tre uomini in una sola vita” (Sage Publications, 1910, p. 76). Ma l’impronta che ha lasciato non si cancella. Viene sepolto a Westminster Abbey, nel cuore dell’Inghilterra letteraria. Il decano Stanley, nell’orazione funebre, non celebra il genio stilistico né il successo editoriale. Celebra la sua anima, dicendo che Dickens “insegnò al mondo grandi lezioni: il valore eterno della generosità, della purezza, della gentilezza, dell’altruismo” (Sage Publications, 1910, p. 76). Ed è forse questo il segreto della sua potenza: una penna guidata non dalla vanità, ma dalla compassione. La letteratura, per lui, non fu mai esercizio estetico. Fu un’arma. Un dovere. Una redenzione. Non solo per sé, ma per tutti quelli che la società aveva escluso. E ancora oggi, ogni volta che leggiamo di un piccolo orfano, di un impiegato ridicolo, di un vecchio avaro redento da uno spirito natalizio, sentiamo risuonare la voce di Dickens, che ci chiede — sommessamente ma con forza — di essere più giusti.

Riferimento

Sage Publications, Inc. (1910). Charles Dickens. The Journal of Education, 71(3), pp. 70, 75–76.

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