Dall’editing al coaching: l’evoluzione dell’editor in mentore creativo

L’editor contemporaneo supera la funzione tecnica e assume un ruolo formativo, relazionale e strategico. Da correttore diventa coach narrativo, alleato creativo e architetto del testo, soprattutto nei contesti dell’auto-pubblicazione.

Per lungo tempo l’editor è stato percepito come una figura marginale, necessaria ma accessoria, chiamata a intervenire quando il lavoro creativo era ormai concluso, affinché il testo fosse ripulito, corretto, normalizzato; oggi, tuttavia, questa rappresentazione appare non solo riduttiva, ma profondamente inadeguata a descrivere una trasformazione che investe il cuore stesso della pratica editoriale. Poiché l’editor, nel mutare delle condizioni culturali, tecnologiche e produttive della scrittura, ha progressivamente abbandonato il ruolo di semplice correttore per assumere quello, assai più complesso e delicato, di mentore creativo.

Ma come si è giunti a questo slittamento di funzione? E soprattutto: si tratta di un’evoluzione necessaria o di una deriva che rischia di compromettere l’autonomia dell’autore?

Per comprendere tale passaggio occorre innanzitutto osservare il contesto in cui esso si produce. L’editoria tradizionale, un tempo strutturata attorno a filiere solide e gerarchiche, ha progressivamente ceduto il passo a un ecosistema frammentato, in cui l’auto-pubblicazione, le piattaforme digitali e la disintermediazione hanno moltiplicato le possibilità di accesso alla pubblicazione, ma hanno anche esposto gli autori a una nuova forma di solitudine. Privato del confronto redazionale, del filtro critico e della guida professionale, lo scrittore contemporaneo si trova spesso a navigare senza bussola, affidandosi a un pubblico immediato ma non sempre competente. È in questo spazio vuoto che l’editor rientra in scena, ma lo fa in una veste profondamente mutata. Non più, o non soltanto, come colui che interviene sul testo finito, bensì come interlocutore continuo del processo creativo; non più come esecutore di norme stilistiche, ma come interprete della visione dell’autore; non più come garante della correttezza formale, ma come custode della coerenza profonda dell’opera.

L’editor-coach, infatti, non si limita a indicare ciò che non funziona: egli interroga, problematizza, restituisce all’autore domande prima ancora che soluzioni. Perché questa scena è debole? Perché questa voce non regge? Perché il ritmo si spezza proprio qui? Domande che non mirano a imporre una riscrittura, ma a stimolare una consapevolezza. Ed è in questo gesto – apparentemente minimo, ma strutturalmente decisivo – che l’editing si trasforma in coaching. Si potrebbe obiettare che tale prossimità rischia di sconfinare nella riscrittura occulta, nella co-autorialità non dichiarata. Ed è un’obiezione legittima. Tuttavia, ciò che distingue l’editor-mentore dal correttore tradizionale non è l’intensità dell’intervento, bensì la sua direzione. L’editor non scrive al posto dell’autore, ma lavora affinché l’autore impari a scrivere meglio; non sostituisce la voce, ma la mette alla prova; non cancella l’incertezza, ma la rende produttiva. In questo senso, l’editor contemporaneo assume una funzione formativa che un tempo era marginale. Egli insegna a leggere il proprio testo come lo leggerebbe un altro; insegna a riconoscere le scorciatoie narrative, le ridondanze, le spiegazioni difensive; insegna, soprattutto, a tollerare il dubbio. E non vi è dubbio più fecondo di quello che nasce quando un autore si accorge che il proprio testo non è ancora ciò che potrebbe essere.

Tale trasformazione è particolarmente evidente nei percorsi di auto-pubblicazione, dove l’editor diventa spesso l’unico presidio critico tra l’autore e il mercato. Qui l’editor non lavora per conto di un’istituzione, ma per conto di una relazione; non risponde a un catalogo, ma a un progetto individuale; non tutela una linea editoriale, ma una possibilità espressiva. Il suo ruolo, pertanto, si carica di una responsabilità ulteriore: quella di bilanciare l’ambizione dell’autore con la leggibilità del testo, la libertà creativa con l’efficacia narrativa.

E tuttavia, proprio in questa centralità si annida il rischio maggiore. Quando l’editor diventa architetto della narrativa, quando struttura, orienta, suggerisce, delimita, non rischia forse di costruire un edificio che porta la sua firma più di quanto non appaia? Dove si colloca, allora, il confine tra guida e controllo, tra accompagnamento e direzione? La risposta non può essere normativa, ma etica. Un editor che si concepisce come coach sa che il suo compito non è quello di lasciare un’impronta riconoscibile, bensì di rendere superflua la propria presenza nel risultato finale. Quanto più l’editor è stato decisivo nel processo, tanto meno deve essere visibile nel testo. È questa la sua misura. È questo il suo paradosso. In tal senso, l’editor moderno è davvero un architetto, ma non nel senso di chi impone una forma dall’esterno; piuttosto, nel senso di chi individua una struttura latente e la rende abitabile. Egli non inventa il progetto, ma ne rende possibile la realizzazione. Non disegna per sé, ma per un altro. E soprattutto, accetta che il suo nome non compaia sulla facciata.

Alla luce di tutto ciò, la domanda iniziale – l’editor è ancora un correttore o è diventato un architetto della narrativa? – trova una risposta che non è esclusiva, ma cumulativa. L’editor resta correttore, perché la competenza tecnica è la base del suo lavoro; ma è diventato architetto, perché oggi il testo non è più solo una superficie da levigare, bensì uno spazio da progettare insieme all’autore.

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