I consigli di scrittura di Raymond Carver



Raymond Carver è stato uno scrittore americano di narrativa breve. Fu un apprezzato autore di racconti, da molti considerato l’erede di Ernest Hemingway. Scrisse opere che brillano per essenzialità e qualità introspettiva, che alcuni hanno definito il nuovo minimalismo: Vuoi star zitta per favore? o Elefante e altri racconti sono alcuni esempi. Non meno significativa è stata la sua produzione poetica.

Giunse al successo abbastanza tardi, dopo una vita in cui aveva fatto lavori di ogni tipo: uomo delle pulizie, fattorino, impiegato in una stazione di servizio, ecc.  Fu anche una figura carismatica che diede molto alla letteratura. Si occupò a un certo punto anche di insegnarla. Gli fu concessa una cattedra universitaria, e tenne dei corsi che dagli anni Settanta del secolo scorso sono diffusi in America.

Forse è improprio dire che Raymond Carver diede mai consigli di scrittura, ma certo i suoi saggi e le sue lezioni di scrittura creativa individuano delle costanti nell’attività di ogni scrittore, che a suo dire contribuiscono in maniera significativa a plasmarne l’opera e talvolta a determinare il successo.

La prima qualità individuata da Carver è la capacità dello scrittore di riflettere sul proprio talento. Carver sostiene di non avere mai incontrato scrittori che non abbiano talento, mentre gli scrittori in grado di riflettere su di esso sono molto più rari. Ciò che sembra importante, a lui, è la capacità da parte dello scrittore di analizzare le sue ragioni di scrivere, con l’obiettivo di specificare al massimo il proprio messaggio. “È qualcosa di simile allo stile, quello di cui sto parlando, ma non è solo questione di stile. È il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa che egli scriva. E ne fa il suo mondo e niente altro. E non è il talento. Di quello c’è n’è anche troppo in giro. Ma uno scrittore che ha una maniera di guardare le cose e riesce a dare espressione artistica alla sua maniera di guardare le cose, è uno scrittore che durerà un pezzo.”

Le seconda qualità di cui Carver parla sono gli influssi e forze che contribuiscono a determinare uno scrittore.  Da questo punto di vista Carver parla delle cose che accadono nella vita di uno scrittore e sembra avere un approccio più esistenzialista che accademico. Non va alla ricerca, per così dire, di parentele letterarie. Sembra più sottintendere che ci sono temi che s’impongono a un autore e lo condizionano, perché si sono presentati nella sua vita con un certo grado di verità. Lo scrittore deve avere la capacità di riconoscerle. “Gli influssi sono forze – occasioni, personalità – irresistibili come maree. Non riesco a parlare di libri o di scrittori che mi hanno influenzato. Questo tipo d’influsso, l’influsso letterario, è per me difficile da individuare con qualche certezza. Per quanto mi riguarda sarebbe egualmente inesatto dire che sono stato influenzato da tutto ciò che ho letto e che non penso di essere stato influenzato da alcuno scrittore.”

La terza qualità di cui Carver ci parla e scrive è la capacità di rivedere un racconto o un’opera narrativa applicando il giusto grado di fatica letteraria. Ci fornisce un’ottima spiegazione di ciò che intende, in questo passo. “Evan Connel disse una volta che si rendeva conto di aver finito un racconto quando, rileggendolo, si sorprendeva a togliere delle virgole e poi lo rileggeva da capo e rimetteva le virgole a posto. Mi piace questa maniera di lavorare su qualcosa. Rispetto molto questo genere di cura che uno si prende per quello che fa. In definitiva, le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio dire quelle giuste, con la punteggiatura nei posti giusti in modo che possano dire quello che devono dire nel modo migliore. Se le parole sono appesantite dall’emozione incontrollata dello scrittore, o se sono imprecise e inaccurate per qualche altro motivo – se sono, in qualche maniera, sfocate – fatalmente gli occhi del lettore scivoleranno sopra di esse e non si sarà ottenuto un bel niente. Il senso artistico del lettore non sarà affatto stimolato. Henry James diceva che questo infelice genere di scrittura era affetto da debolezza di specificazione.”

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